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Solo e quando viene a mancare un grande scrittore, ci si accorge del valore che questi aveva in seno alla letteratura mondiale e, di conseguenza, per tutti coloro che ne hanno sempre apprezzato lo stile e la cultura personale quale valore assoluto prima ancora di divenire scrittore. Questi era David Foster Wallace.
Wallace non era conosciuto a tanti lettori italiani (peccato!) ma sicuramente, chi lo apprezzato attraverso i suoi scritti non potrà non sentirne la mancanza. Con Infinite Jest, l'opera che lo ha reso famoso in tutto il mondo, ha reso divulgativo agli americani il sapere che non poteva e mai potrà non attraversare la coscienza di chi è alla ricerca delle proprie radici. La costante ricerca del mondo in quanto tale attraverso i grandissimi pensatori del passato è stata la dominante imprescindibile di Wallace che a questi si è sempre riferito e collegato.
Nel variegato mondo della cultura, moltissimi intellettuali hanno più che spesso cercato di rinnegare il sapere di questo grande narratore e saggista. Un rinnegare per consapevole e colpevole volontà di affossare la personalità di uno studioso difficilmente affrancabile dai grandissimi letterati europei. Questi, nel tentativo di delegittimarlo, hanno solo ed unicamente (e per fortuna) fatte diventare ancora più grandi le sue qualità di scrittore. Meravigliarsi di questo? Assolutamente no, considerando la supponenza e la leziosità di comodo di troppi nostri pseudo intellettuali. Per fortuna che anche nel nostro Continente è prevalsa poi e in maniera dirompente, e grazie ai tantissimi cultori della sostanza che certo non ci mancano, la grandezza di un pensatore sempre alla ricerca del sapere senza mediare. Proprio così, senza mediare. Perché comprese quanto fosse prezioso il mondo degli opposti in letteratura e quanto questi fossero anche in totale sintonia con la natura del sapere incondizionato.
Certo è che Wallace era in continuo mutare dentro la sua anima, il suo carattere, il suo sentirsi inappropriato alle leggi della conoscenza. Nel continuo mutare dei pensieri tutti, immancabilmente, ci si sente o ci si dovrebbe sentire e a prescindere, mai appagati. Nel contesto del conoscere, non si debbono avere mai certezze e queste sono di norma asservite alla stupidità dei saccenti postulatori del: tutto in assoluto conosco. Chi può permettersi tale libertà di declamare? Mai nessuno, credo io. E Wallace lo avevo non solo compreso ma anche pagato, e purtroppo e a sue spese nel corso dei suoi quarantasei anni di vita con il suicidio, che è ascrivibile solo ed unicamente al suo male di sazietà culturale. Un male che è di norma, o dovrebbe essere, di tutti coloro che leggono o/e studiano; più ci si accultura e più si comprende la nostra inconsistenza al sapere.
Di questa nostra deficienza è necessario prendere atto da subito senza accomiatarsi dalla ricerca, dalla lettura per erudizione o per personale gioia di abbeverarsi alla comprensione del mondo degli altri. E' necessario, si badi bene, ed è corretto che ce lo si ripeta quotidianamente, non considerarla mai forma patologica o quella che io chiamo, come ho prima sottolineato, male di sazietà culturale. Dobbiamo comprendere che tutti si ha dei limiti non valicabili e questi, sono necessariamente non colmabili. David Wallace non è mai riuscito, ahimè, a guarire da questo sottile male e oggi ne constatiamo la fine di un troppo breve tragitto.
Bene ha fatto oggi lo scrittore e giornalista Vittoria Macioce nel definirlo: "l'Ulisse che non è mai rientrato a Itaca". Prendo a prestito questa citazione per farla mia, e a conferma di quanto ho esposto riguardo al viaggio di non ritorno al quale ci si può sottoporre se non si pongono dei limiti al nostro desiderio di considerare tutto apprendibile. Resta la grandezza, per chi ancora non ha avuta la possibilità di apprezzarlo e desidera cominciare, di un intellettuale che non ha mai rinunciato alla ricerca del pensiero profondo degli ellenisti quale strumento di approfondimento per la dialettica, la divulgazione e, soprattutto, il dialogo che mai ha disconosciuto. Anzi, ne ha fatto un epistolario non traducibile dalla e nella modernità. Non amava le e-mail e tutto ciò che poteva scostarlo dal vocio diretto o indiretto: l'interloquire immediato o telefonico. L'importante, diceva: "è sentire le inflessioni per comprendere quanto credibile possa essere un dialogo e l'essenza del comunicare". Come dargli torto.
Nello accomiatarmi da lui desidero dire anche in questo mio scritto, per dovere di coscienza e onestà intellettuale, che tante critiche ho sempre ritenute corrette riguardo al suo innato pessimismo verso tutto e tutti. E' stato sempre - e solo se si approfondisce il suo intelletto lo si comprende - un comunicatore con il mondo dell'oltre inteso quale unico passaggio verso chi aveva terminata la conoscenza terrena e poteva consigliargli dove stessero i limiti. Ora li avrà incontrati? Se così è riceverà risposte che a noi non potrà comunicare, e per fortuna, aggiungo. Stiamo nel nostro confondibile mondo anche se inappagati e si lasci alla coscienza individuale le considerazioni di carattere squisitamente dogmatico.
La sua traduttrice italiana Martina Testa che lo ha spesso accompagnato in Italia, ci ha ricordate in questi giorni tante cose. Una su tutte: "il suo ideale era quello di una letteratura che avesse dalla sua l'originalità dell'espressione e il vigore del pensiero critico". In questo assunto è percepibile il senso cognitivo di unicità di Wallace. Egli era (è!) un cronista di straordinaria grandezza della vita, del narrare appassionando e, quando si riteneva fosse giunto alla meta del comprendere, ti raggelava tornando a dipingere un pensiero che diventava insostituibile al racconto che stava narrando. Prolisso spesso, ma mai evanescente né petulante. E non è poco.
Pur da credente amo, come sempre ho amato, il relativismo culturale. Mi piace qui ricordare il prof. Joseph Ratzinger (papa Benedetto XVI) tanto bistrattato da chi non conosce il suo pensiero. Nel saggio "Perché siamo ancora nella Chiesa", sono esposte quaranta lezioni di dogmatica, teologia, e filosofia delle religioni. Ebbene, in queste e per chi lo vorrà, sono esposte tutte le risposte a chi gli domanda, il perché della necessità del non relativismo in questioni di fede e del relativismo essenziale nella cultura; del perché e come è condannabile la Chiesa per i peccati del passato e del perché gli uomini non debbano mai rassegnarsi agli eventi negativi. Dice Ratzinger in una delle sue lezioni in contesto laico-religioso negli anni settanta: "La rassegnazione può essere la saggezza dei vecchi, ma mai un atteggiamento per costruire la vita". "La Chiesa deve fare ammenda, attraverso gli uomini che l'hanno rappresentata, di tanti orrori ma mai ascrivibili a Dio". "Il relativismo culturale è fondamento non negoziabile nel contesto universale".
Potranno apparire fuori tema queste considerazioni, ma non lo sono per due ordini di motivi. Il primo perché per giudicare gli uomini, è necessaria una cultura della conoscenza del pensiero di questi prima di avventurarsi in giudizi facilmente confutabili. In secondo luogo e non certo ultimo, perché Wallace nei sui scritti ha tante volte intrapreso un cammino nell'esoterismo e nel versatile mondo del dubbio.
Vincenzo Atzeni
Ti ringrazio Vincenzo per
Ti ringrazio Vincenzo per aver ricordato questo scrittore davvero poco noto in italia ma validissimo ...
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Scrivere è la liberazione dell'animo
Interessante... davvero una
Interessante... davvero una bella biografia. Non conoscevo nemmeno io questo autore e grazie per avercelo proposto.
sinceramente non lo
sinceramente non lo conoscevo se non sentito vagamente nominare..approfondirò la conoscenza,cercando su internet,dopo aver quì letto e sentito parlarne bene